Ok, la street photography, è tante cose, è tanti stili, è tante sensibilità, e i suoi confini sono incerti e difficili da stabilire con esattezza: ritratti, architettura, reportage sono sempre lì a mescolarsi, mentre surrealismo, minimalismo e ironia si infiltrano, si aggiungono, e alla fine cento foto differenti sono tutte ‘street’ senza somigliarsi affatto, come più spesso può accadere nelle foto di architettura, o nei ritratti, dove solo la maestria autoriale può fare la vera differenza, l’uso delle luci, la posa… elementi che nella street raramente, per non dire “mai”, posso essere componenti studiate a tavolino.

Anziché cercare di definire la street, posso dire cosa – per me, ovviamente solo per me – certamente non è street photography.

NON è street

il “bel modello” (o più spesso: la bella modella). Avere fatto uno scatto a una bella ragazza, semmai in costume che esce dal mare, solo in caso rarissimi è street ma direi, con una certa sicurezza, che al 99% non è assolutamente nulla.

Salvo capacità tecniche elevate del fotografo, e vere e proprie messe in scena (il/la modell* si presta, si mette in posa), probabilmente non è neppure un ritratto (nel senso tecnico in cui questa etichetta viene usata in fotografia)

(tutte le foto sono tratte da gruppi Facebook di fotoamatori).

Analogamente il modello brutto; il ciccione ripreso in costume sulla spiaggia può far  ridere un quattordicenne, ma salvo eccezioni non solo non è street ma è pure un’azione cattivella, una presa in giro, la sottolineatura – fine a se stessa – di un difetto altrui, fotografato giusto giusto per essere messo alla berlina, suscitare disprezzo e ilarità (e, su Facebook, faccine che ridono e like).

Questa riflessione vale anche per persone con difetti fisici, mendicanti, anziani, ritratti non perché raccontano una storia, o perché colti in un momento significativo, con uno sguardo particolare etc., ma solo

perché mendicanti, solo in quanto anziani e, semmai, con una faccia deformata dall’età e quindi, di per sé, oggetto di apprezzamenti estetici negativi relativi al/alla modell*.

Modelli in costume, attori, performer, in cui la foto è chiaramente incentrata sulla  stravaganza di quel vestito.

Prendete la foto qui a fianco, certamente non male realizzata. Ma quella sirena chi è, cosa fa lì? O è una modella vestita e messa in posa dal fotografo o, più probabilmente, l’incontro casuale con il membro di una troupe, o la tardiva conseguenza

di una festa in costume sulla spiaggia… Questa è certamente una bella foto, e a suo modo cerca anche di raccontare una storia, ma c’è chiaramente un artificio (il costume da sirena) che spezza ogni incantesimo. Va bene come foto di scena; sarebbe andata bene come street se la ragazza, anziché in languida posa da sirena, fosse stata colta in un momento di backstage (mentre mangia un gelato, mentre ride con un Nettuno…). 

Opere d’arte o più spesso, nel nostro caso, murales e manifesti che creano, indirettamente, una specie di storia, come nell’esempio a fianco.

Ebbene, questa non è street. Anche nel caso di una foto ben composta, ben esposta, ben realizzata, si tratta di una – pur pregevole – rappresentazione di un’altrui rappresentazione, e il fotografo ha aggiunto solo la sua capacità tecnica.

Diverso il caso in cui, grazie a quel murales, o manifesto, la presenza umana è colta in un dialogo (spesso inconsapevole) e la relazione fra modello e murales, fra umano e manifesto,  racconta qualcosa di nuovo e diverso.

Le belle foto di viaggio: siete stati in India, Tailandia, Vietnam (beati voi!) e scattate foto a santoni, folle in processione o altro; belle, anche bellissime, ma il bello che cattura il nostro sguardo è spesso l’esotico, al quale non siamo abituati.

Le foto di persone in situazioni antropologicamente a noi estranee (spesso rituali; oppure mostrate nella loro povertà, o in situazioni per loro “normali” e per noi eccezionali) possono essere anche bellissime, ma fanno parte di un’altra categoria, che certamente sconfina nella street ma che non mi emozionano in quanto street (semmai mi emozionano in quanto reportage di viaggio).

Le foto che sfruttano la prospettiva per creare una specie di effetto speciale; avete presente i turisti giapponesi in primo piano che sembrano spingere la torre di Pisa, che sta 100 metri dietro? Ecco! Una volta ho vista una coppia americana – in mezzo ad altri turisti disgustati – fare una foto alla donna in primo piano, con la bocca aperta a “O”, mimare una fellatio al David di piazza della Signoria a Firenze, perdendo un sacco di tempo per trovare la giusta linea fra macchina fotografica, bocca e pene del David. Anche senza questi eccessi, onestamente, queste foto vanno bene per l’album di famiglia, per ridere con gli amici, ma non è street.

Piccole conclusioni preliminari (qui è tutto preliminare): la street che io immagino, quella che io apprezzo negli altri quando sfoglio le loro foto e che io cerco di fare, riuscendoci peraltro pochissimo, sono foto, riprese in situazioni reali (quindi 1: non in studio, non “preparate”, non con modelli in posa), dove ci sono persone reali (quindi 2: se è street ci devono essere persone, e queste sono persone vere, che stavano comunque lì a prescindere dal fotografo), che (3) trasmettono un’emozione dovuta a una storia che si intuisce. Anche la foto di un bel modello in posa, di un paesaggio o di un’architettura trasmette emozioni, ovviamente, ma di altro tipo. Il tipo di emozione della street riguarda la storia sottintesa. In un solo scatto, in una sola immagine, il fotografo riesce a raccontare (o ad alludere, o a vagheggiare, ipotizzare, farci credere) che è successo qualcosa, che qualcosa sta accadendo, che forse accadrà. Vi propongo alcuni esempi, sempre ripresi da gruppi Facebook:

Poi, naturalmente, viva la complicità di un manifesto pubblicitario che crea una relazione particolare con la persona fotografata; viva le luci e le ombre e i riflessi, se usati con sagacia; viva il panning, viva la post produzione (usata con sapienza) e viva tutto ciò che aiuta quell’immagine a raccontare bene e meglio la propria storia e a trasmettere la propria emozione. Ma senza la storia, senza l’emozione, per me è difficile chiamarla street.

(Foto di copertina di Claudio Bezzi)